IMMERSIVITÀ ALLA BIENNALE ARTE 2026
Una moltitudine di spazi, linguaggi e sensi.
Media Art:
L’immersività è il nostro terreno di lavoro quotidiano: progettiamo spazi ed esperienze che coinvolgono le persone attraverso luce, suono, immagine, corpo. Per questo, quando visitiamo una mostra o un museo, lo sguardo che portiamo è insieme quello di chi fa e quello di chi osserva, cerchiamo non tanto l’effetto più spettacolare, quanto le scelte che stanno dietro, il modo in cui uno spazio costruisce senso.
È con questo sguardo che abbiamo visitato alcuni padiglioni esterni ed eventi collaterali della Biennale Arte 2026 di Venezia, lontano dai percorsi più battuti di Giardini e Arsenale. E quello che abbiamo trovato conferma qualcosa in cui crediamo: l’immersività non è una tecnica neutra, né un semplice effetto scenografico. È prima di tutto una scelta artistica, un insieme di strumenti capaci di creare sensazioni, suscitare emozioni e costruire spazi di riflessione profondi. La differenza tra un’esperienza immersiva che lascia il segno e una che si esaurisce nell’istante del selfie non sta nella tecnologia usata, ma nell’intenzione con cui viene usata.
Le quattro installazioni che raccontiamo qui lo dimostrano in modo particolarmente chiaro e sorprendente, perché lo fanno in direzioni completamente diverse tra loro.

Laundry Nocturne by Kingsley Ng, Biennale Arte 2026
La tecnologia a servizio dell’immersività: Fermata
Il primo approccio è quello di Fermata: Hong Kong in Venice, l’evento collaterale curato dal Hong Kong Museum of Art, che presenta le opere di Kingsley Ng e Angel Hui. Il titolo richiama un termine musicale: la fermata è il momento in cui una nota, o una pausa, viene prolungata a discrezione dell’esecutore. Un’immagine perfetta per descrivere il tono dell’intera esposizione, in cui entrambi gli artisti esplorano l’effimero e l’immateriale attraverso luce, suono e spazio, lavorando nelle intersezioni tra interazioni sociali, memoria culturale e tecnologia.
Nelle installazioni site-specific che compongono la mostra, la tecnologia è presente ma non si mostra. È uno strumento silenzioso, quasi invisibile, messo interamente al servizio del messaggio: dare forma all’intangibile, rendere percepibile ciò che normalmente scivola via senza che ce ne accorgiamo: un riflesso in una pozzanghera, il ritmo di un bucato che si asciuga al vento, una porzione di cielo incorniciata da un cortile.
Il risultato sono ambienti contemplativi, delicati e onirici, costruiti per invitare il visitatore a fermarsi, appunto, e a connettersi con l’hic et nunc, il qui e ora. Anche se il dispositivo tecnologico resta sullo sfondo, finisce comunque per entrare nella costruzione di significato dell’opera: è proprio la sua discrezione a permettere all’atmosfera di prendere il sopravvento, trasformando la tecnologia in una sorta di cornice invisibile dell’esperienza immersiva.

Screen Melancholy by Li Yi-Fan, Biennale Arte 2026
Un meta-discorso sul digitale: Screen Melancholy
A pochi passi di distanza, dentro le sale di Palazzo delle Prigioni, l’artista taiwanese Li Yi-Fan propone l’esatto opposto. Screen Melancholy, evento collaterale prodotto dal Taipei Fine Arts Museum, non utilizza la tecnologia per veicolare un messaggio altro: ne fa il messaggio stesso. È un meta-discorso digitale, un ragionamento del digitale su se stesso.
Il video centrale dell’opera è ambientato in una ricostruzione digitale dello stesso Palazzo delle Prigioni che lo ospita. In alcuni momenti lo schermo restituisce esattamente l’ambiente in cui il visitatore si trova fisicamente, generando una sensazione perturbante: per un istante non è più chiaro se sia lo schermo a sparire, o se sia il visitatore ad essere entrato dentro di esso, in uno spazio virtuale che assomiglia sempre di più a un black mirror. L’allestimento riproduce inoltre elementi corporei del protagonista del video sui quali i visitatori possono sedersi, aumentando ulteriormente la fusione tra reale e digitale, tra architettura e messa in scena. È come se il protagonista si fosse fuso con le prigioni, e il visitatore con lui.
Il personaggio del video, un 3D Artist che dirige marionette come fossero attori, riflette sulla tecnica dell’immagine animata, dall’animazione tradizionale all’animazione 3D fino all’intelligenza artificiale, e sull’eccesso di possibilità, idee, intersezioni e dubbi che la tecnologia oggi ci offre: finestre che si aprono su frammenti di tutto, da cui nasce quella melancholia che dà il titolo all’opera. Nessuna risposta moralistica, ma un’infinità di spazi di ragionamento aperti allo spettatore, in cui ognuno può ritrovare qualcosa del marionettista, qualcosa della marionetta, e qualcosa del prigioniero.

Pocket Universe by Ásta Fanney Sigur∂ardóttir, Biennale Arte 2026
La sensorialità avvolgente del Padiglione Islanda
Spostandosi verso i Docks Cantieri Cucchini, l’atmosfera cambia radicalmente. Pocket Universe, il progetto con cui Ásta Fanney Sigurðardóttir rappresenta l’Islanda, costruisce uno spazio accogliente, calmo, quasi rarefatto. Qui l’immersività non passa attraverso il confronto con il digitale, ma attraverso una sensorialità delicata e avvolgente.
Tutto, nello spazio, è azzurro: le pareti, il soffitto, la moquette che ricopre il pavimento. Ai visitatori viene chiesto di togliersi le scarpe, e il contatto dei piedi nudi con la morbidezza della moquette diventa parte integrante dell’esperienza immersiva, un modo ulteriore per entrare in connessione con l’ambiente. Il risultato è un’immersione totale, quasi un abbraccio cromatico e materico, che crea un legame intimo, personale e commovente tra il pubblico e le emozioni dell’artista, sospese tra la grandezza dell’universo e la fragilità delle cose più piccole e delicate della natura.

The Phantom Combatants by Natasha Tontey, Biennale Arte 2026
Immersi in un ambiente ostile: The Phantom Combatants
All’estremo opposto, nelle sale dell’Ateneo Veneto, The Phantom Combatants, dell’artista indonesiana Natasha Tontey, commissionato da LAS Art Foundation e Amos Rex, costruisce un’atmosfera dura, aggressiva, volutamente straniante. L’installazione multimediale lascia a vista le strutture in acciaio che sostengono schermi e contropareti, mentre una luce rossa accesa illumina l’ambiente e gli affreschi barocchi che lo decorano.
Al centro della sala, un grande schermo si riflette su un pavimento specchiante che i visitatori possono attraversare, vedendosi a loro volta riflessi all’interno dello spazio e dentro l’opera video. È un effetto che lavora sulla propriocezione, generando una sensazione di disagio, di sbilanciamento, tutt’altro che confortevole. L’ambiente entra in un dialogo serrato con l’opera: i personaggi del video, portatori di una violenza raccontata attraverso il linguaggio del grottesco, sembrano richiamare le figure degli affreschi barocchi che rappresentano il purgatorio, fino a fondersi con esse e con gli spettatori stessi che si muovono nello spazio riflesso. Ne emerge quasi un racconto corale, in cui è difficile distinguere chi osserva da chi è osservato, chi è dentro l’opera da chi la abita.
Una tecnica, molti volti
Quattro installazioni, quattro intenzioni completamente diverse, eppure tutte capaci di lasciare qualcosa che non si esaurisce all’uscita dalla sala. È questo, in fondo, il criterio con cui guardiamo: non quanto uno spazio sia tecnologicamente sofisticato, ma quanto profondamente costruisce un discorso, genera una domanda, apre una connessione. Queste opere lo fanno, ciascuna a modo suo… e per noi è ogni volta una conferma e uno stimolo.
Giulia Lazzaretto
Creative Designer DrawLight
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